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Reggio, sequestro di beni per 214 milioni. I particolari

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REGGIO CALABRIA – 6 nov. - GUARDA IL VIDEO - Personale del Comando provinciale della Guardia di Finanza e del Centro Operativo Dia di Reggio Calabria ha eseguito, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, nei confronti di due imprenditori reggini, Pietro Siclari e Pasquale Rappoccio, una misura di prevenzione sia personale (sorveglianza speciale di pubblica sicurezza della durata di 3 anni e 6 mesi) che patrimoniale. Sono state confiscate in Calabria ed in Lombardia nove società, 220 beni immobili e 22 rapporti finanziari, il tutto per un valore stimato pari a oltre 214 milioni di euro.

Tale provvedimento rappresenta l’epilogo della complessa e articolata attività investigativa svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria - Gico e dal Centro Operativo della Dia di Reggio Calabria e che ha permesso di accertare un’ingiustificata discordanza tra il reddito dichiarato e il patrimonio a disposizione, direttamente o indirettamente, dei due imprenditori che, sebbene abbiano mantenuto nel tempo una facciata di rispettabilità, sono risultati essere contigui con esponenti della locale criminalità organizzata reggina tra cui quelli intranei alle cosche Tegano e Condello di Reggio Calabria, Alvaro di Sinopoli, Barbaro di Platì e Libri di Cannavò. A tal fine è stata estrapolata e acquisita copiosa documentazione, ufficiale e non. Contratti di compravendita di beni mobili e immobili, di quote societarie, atti di partecipazione e aggiudicazione di beni messi all’asta dal locale Tribunale fallimentare, atti notarili, scritture private. Materiale necessario a ricostruire ogni singola operazione economica operata dai due imprenditori reggini e dai rispettivi nuclei familiari. Il materiale è stato oggetto, quindi, di circostanziati approfondimenti, tesi a ricostruire, con dovizia di particolari, tutte le articolate operazioni societarie effettuate da Pietro Siclari e da Pasquale Rappoccio, oltre che dai rispettivi nuclei familiari. Nel corso dell’ultimo ventennio, è stato registrato un arricchimento decisamente anomalo, se rapportato alla lecita capacità reddituale dichiarata dai soggetti investigati.

Pietro Siclari, noto imprenditore nei settori edilizio, immobiliare e alberghiero, era stato tratto in arresto il 17 novembre 2010 dalla Dia di Reggio Calabria per estorsione aggravata, nell’ambito dell’operazione denominata “Entourage”, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di 7 soggetti dal Gip di Reggio Calabria. Siclari, in particolare, avvalendosi anche della forza di intimidazione derivante dagli stretti rapporti con alcune delle cosche mafiose della provincia di Reggio Calabria, avrebbe minacciato di morte un prossimo congiunto di un suo dipendente e costretto quest’ultimo a formalizzare le proprie dimissioni dall’azienda rinunciando alla propria liquidazione. Tale episodio risale al mese di agosto 2006, quando, successivamente ad una rapina avvenuta il 4 agosto 2006 presso gli uffici della società, il Siclari ha cercato di sfruttare la conoscenza di noti esponenti della criminalità organizzata per individuare gli autori del delitto.

Queste sue ricerche lo hanno condotto al presunto basista della rapina, figlio del proprio dipendente, nei cui confronti ha poi attuato le ritorsioni estorsive descritte. Tale fatto ha corroborato lo scenario tratteggiato dagli inquirenti, in cui è emersa in modo inequivocabile la figura di Siclari, imprenditore incline a voler gestire i propri affari avvalendosi della fitta rete di collegamenti con esponenti della criminalità organizzata con i quali, nel corso degli anni, ha consolidato stretti legami. La vicenda giudiziaria si è conclusa con la sentenza di condanna alla pena di anni otto di reclusione ed euro 2.500,00 di multa, emessa in data 8 luglio 2013 dal Tribunale di Reggio Calabria. La Sezione misure di prevenzione, con riferimento agli accertamenti svolti dalla Dia, oggi ha così stigmatizzato la figura del Siclari: “non vi sono dubbi sulla pericolosità sociale del proposto in quanto indiziato di appartenere alla ‘ndrangheta. Tale pericolosità, che certamente ha contrassegnato tutto il percorso di vita imprenditoriale del Siclari, deve ritenersi ancora attuale. ...omissis... Ebbene, le risultanze in atti hanno dimostrato una contiguità funzionale del proposto ad importanti appartenenti delle cosche così profonda e soprattutto così risalente nel tempo che non vi è motivo di ritenere sia venuta meno con il mero decorso del tempo.....omissis... Il giudizio di persistente attualità della pericolosità sociale è, del resto, avvalorato dalla circostanza che, per tutta la durata del procedimento di prevenzione, il Siclari è stato agli arresti domiciliari avendo il giudice di merito con riferimento all’estorsione aggravata ritenuto ancora attuali le esigenze cautelari”.

Appare, altresì, particolarmente significativa la descrizione che il Tribunale - Sezione Misure di Prevenzione, traccia di una delle imprese riconducibili al Siclari: “Ritiene, infatti, il Collegio che l’impresa di cui ci si occupa sia pienamente inquadrabile nel genus della cosiddetta impresa mafiosa ...L’impresa che fa capo all’imprenditore colluso ha ad oggetto attività economiche lecite, è costituita da capitali leciti ma, al tempo stesso, utilizza per lo svolgimento della propria attività metodi di carattere mafioso e costituisce uno strumento di cui si serve l’organizzazione criminale per seguire le proprie finalità illecite. L’esercizio di attività di impresa con metodo mafioso non presuppone il diretto compimento di condotte minatorie e violente da parte della medesima impresa, ma che la stessa operi normalmente, cioè riceva richieste di lavori, sfruttando la forza intimidatrice dell’organizzazione mafiosa di riferimento, sulla base de patti stretti con essa ...La collusione con la ‘ndrangheta ha permeato tutta la storia imprenditoriale del Siclari consentendo l’ascesa della società dallo stesso gestita e al contempo alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona. Pietro Siclari, ben lungi dall’essere un imprenditore vittima del sistema, incarna il tipico esempio di imprenditore colluso”.

Pasquale Rappoccio, già Presidente e proprietario della squadra di pallavolo femminile reggina “Medinex”, militante nella massima serie (A1), nonché socio della “Piero Viola”, prestigiosa società sportiva che ha vantato decenni di presenza nel massimo campionato di basket italiano, è un soggetto attualmente incensurato, ma che è, tuttavia, coinvolto in importanti procedimenti penali volti a contrastare lo sviluppo e la penetrazione delle potenti cosche di ‘ndrangheta negli ambienti imprenditoriali e finanziari reggini. Significativa – si legge agli atti - della vicinanza di Rappoccio ad ambienti criminali di elevato spessore è la circostanza riferita da un collaboratore di giustizia secondo la quale, in occasione del matrimonio di una delle figlie di Giovanni Tegano, lo stesso era stato invitato e aveva partecipato al banchetto riservato a pochi intimi organizzato dal cognato del citato imprenditore. Ciò in quanto Rappoccio era ritenuto dalla cosca Tegano un personaggio meritevole di considerazione e, quindi, degno di prendere parte a dei festeggiamenti carichi di significato simbolico all’interno della cultura che contraddistingue gli ambienti mafiosi”. Conclusivamente il Comando Provinciale della Guardia di Finanza e la Dia di Reggio Calabria hanno proceduto all’esecuzione nei confronti degli imprenditori reggini di una misura di prevenzione sia personale (sorveglianza speciale di pubblica sicurezza della durata di anni 3 e mesi 6) che patrimoniale confiscando loro n. 9 società, n. 220 immobili e n. 22 rapporti finanziari, il tutto per un valore stimato pari a oltre 214 milioni di euro.

IL VIDEO DELL'ATTIVITA' DELLA DIA E DELLA GUARDIA DI FINANZA

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