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Reggio Calabria, 'Ndrangheta: imprenditori in manette. I nomi - VIDEO

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REGGIO CALABRIA – 9 apr. - VIDEO -  Nella giornata odierna i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria–Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti degli imprenditori reggini: Carmelo Ficara, 62 anni; Andrea Francesco Giordano, 67 anni; Giuseppe Surace, 34; Michele Surace, 61 anni. Carmelo Ficara, ritenuto responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa e concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso; Andrea Francesco Giordano e Michele Surace accusati dei reati di associazione di tipo mafioso, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e trasferimento fraudolento di valori aggravato poiché commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa (quest’ultimo reato contestato anche a Giuseppe Surace).

Il provvedimento costituisce l’esito di un’articolata attività investigativa, avviata nel febbraio 2017 dai militari del Nucleo Investigativo di Reggio Calabria sotto la direzione della locale Direzione Distrettuale Antimafia, tesa a far luce su un sistema di cointeressenze criminali, coltivate dagli imprenditori che, sfruttando l’appoggio delle più temibili cosche cittadine (in particolare la cosca “Tegano”), sono riusciti ad accumulare, in modo del tutto illecito, enormi profitti prontamente riciclati in fiorenti e diversificate attività commerciali. 

Le indagini confortano il dato storico, oramai pacificamente acquisito, della commistione di interessi tra mafia ed imprenditoria, che sovente si alimentano e rafforzano vicendevolmente, in un connubio di formidabile capacità intrusiva nel tessuto sociale ed economico. L’indagine odierna, convenzionalmente denominata “Monopoli”, volge in questa direzione, portando alla luce ulteriori esempi di imprese “mafiose” che hanno imposto al territorio un monopolio di fatto, inquinando il libero mercato ed impedendo agli imprenditori sprovvisti di sponsor mafiosi di competere in condizioni di parità.

IL SERVIZIO VIDEO

Michele Surace ed Andrea Giordano 

L’avvio delle investigazioni è costituito dalle concordanti dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia riguardo agli imprenditori reggini Michele Surace e Andrea Giordano, recentemente coinvolti anche nell’operazione “Martingala” in quanto indagati in concorso per auto-riciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Le rivelazioni dei collaboratori hanno delineato dettagliatamente i profili dei due soggetti, affiliati di lunga data ai “Tegano” di Archi ed in contatto, in particolare, con il boss Giovanni Tegano, attualmente detenuto.

Gli approfondimenti investigativi svolti dai Carabinieri hanno permesso di ripercorrere le fortune del duo imprenditoriale Surace-Giordano, che hanno preso il via dall’edilizia residenziale: verso la fine degli anni ’90 realizzano il complesso residenziale “Mary Park”, fabbricato che ospiterà i locali dell’unica sala bingo cittadina e numerose villette a schiera, in cui era stata riservata la disponibilità di un appartamento a Giuseppe Tegano, fratello del boss Giovanni Tegano.

Tale “vicinanza”, nel tempo, ha garantito ai due imprenditori un eccezionale sviluppo economico: gli accertamenti esperiti hanno permesso di documentare il reimpiego dei proventi illeciti della cosca in diversificate iniziative imprenditoriali affidate a Surace e Giordano, divenuti nel tempo un tassello fondamentale del sistema di riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti della “famiglia”.

La consapevolezza del proprio ruolo negli affari illeciti dei “Tegano” e il timore dei provvedimenti che la Procura reggina avrebbe potuto adottare sulla base delle indagini scaturite dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia - già noti all’opinione pubblica - ha indotto Surace e Giordano ad avviare una serie di manovre societarie funzionali a schermare la reale titolarità delle imprese a loro riferibili, sottraendole ad eventuali aggressioni patrimoniali.

Il monitoraggio investigativo di Andrea Giordano e Michele Surace ha definitivamente comprovato come le quattro società operassero sotto il loro diretto e continuo controllo. Gli indagati sono stati infatti “immortalati” mentre gestivano personalmente le maestranze sui cantieri edili e i dipendenti degli uffici commerciali, ordinavano materiale presso i fornitori, accompagnavano i potenziali acquirenti nelle visite agli immobili in vendita e tenevano tutti i rapporti con il commercialista di fiducia, tutti ruoli assolutamente incoerenti con gli assetti societari formali.

La sala bingo di Archi

Tra le attività economiche paradigmatiche del rapporto fra Surace-Giordano e i “Tegano” vi è la sala bingo di Archi, la cui proprietà è da ricondurre, in parti uguali, a Giovanni Tegano ed al binomio Surace–Giordano, con una sostanziale spartizione di utili tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale.

Dopo l’apertura della sala bingo - avviata nel 2001, nel 2008 è lo stesso Michele Surace a trasferirne la titolarità formale al cognato, mantenendone comunque l’effettiva disponibilità insieme al socio.

Nel corso delle indagini sono stati censiti almeno 15 episodi, fra dazioni e “prelievi”, in grado di mettere in luce come il lucroso esercizio pubblico, capace di fatturare oltre 10 milioni di euro all’anno, costituisca vero e proprio “sportello bancomat” a disposizione dei due soci occulti.

Il quadro indiziario ha rivelato, inoltre, come la sala bingo di Archi, unica nel territorio del capoluogo, operasse evidentemente in regime di monopolio imprenditoriale, non certo in ragione di un fisiologico equilibrio fra domanda e offerta nel settore del gioco, bensì in virtù di accordi stipulati dalla famiglia “Tegano”, titolare dell’iniziativa imprenditoriale, con le altre componenti della ‘ndrangheta cittadina. In tali condizioni, la sala bingo di Archi non poteva che prosperare indisturbata per quasi 20 anni, evidentemente grazie alla forza di intimidazione promanante dal prestigio criminale dei Tegano e dall’alterazione delle regole del libero mercato da esse derivate.

Il progetto di apertura della seconda sala bingo nel quartiere Gebbione

Un ulteriore riscontro che consente di attribuire la sala bingo di Archi alla sfera di signoria di Michele SURACE si trae dalle intercettazioni che documentano il progetto di apertura - coltivato dallo stesso SURACE insieme a Carmelo FICARA (altro indagato su cui ci si soffermerà a breve) - di una seconda sala dello stesso tipo nel territorio reggino.

A partire dall’aprile 2017 SURACE, forte dell’esperienza maturata in tale contesto imprenditoriale, si è attivato per reperire i locali necessari a realizzare una nuova sala bingo nel quartiere Gebbione di Reggio Calabria. In particolare, l’idea di Michele SURACE e del figlio Giuseppe era quella di acquisire una sala già aperta nel comune di Polistena, richiedendo successivamente l’autorizzazione all’A.D.M. a trasferirla nel territorio reggino. Il progetto imprenditoriale non andrà in porto per difficoltà di tipo burocratico. Appare tuttavia quanto mai significativo il dato relativo al luogo in cui i due SURACE avevano in programma di realizzare la nuova Sala Bingo, individuato - come s’è detto - nel quartiere Gebbione di Reggio Calabria.

Dalle dichiarazioni di uno dei collaboratori rientrate nell’indagine, relativamente ad un episodio occorso ad altro imprenditore della Piana di Gioia Tauro con medesime mire imprenditoriali ed indotto a desistere, si comprende come a Reggio Calabria sia preclusa l’apertura di nuove sale in altre zone della città, in ragione della situazione di monopolio della struttura di Archi imposto dai TEGANO. Tuttavia, in virtù di accordi criminali vigenti tra le principali famiglie reggine, proprio il quartiere Gebbione, notoriamente controllato dalla cosca LABATE e svincolato dagli accordi fra le principali cosche del capoluogo, poteva in astratto costituire l’unica area in cui realizzare un’ulteriore sala.

Michele SURACE aveva già tentato nel 2014 (in combutta con la famiglia MARTINO di Milano ed unitamente a familiari di Carmelo FICARA ed Andrea GIORDANO) di estendere i suoi interessi nel settore, aprendo una sala bingo a Cernusco sul Naviglio. Quella esperienza terminò con l’arresto e la condanna di Michele SURACE: come infatti accertato nell’inchiesta “Rinnovamento” della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, questi si era reso responsabile dell’incendio della struttura ricreativa al fine di ottenere l’ingente indennizzo previsto dalla polizza assicurativa.

Autoriciclaggio e abusivo esercizio dell’attività finanziaria

Nel corso delle investigazioni è stata documentata, altresì, l’attività di autoriciclaggio di parte della liquidità prelevata da Michele SURACE presso la sala Bingo di Archi. Tali somme di denaro sono state impiegate dallo stesso SURACE nell’ambito della gestione di una società  come detto in precedenza fittiziamente intestata ad altra persona.

Inoltre, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i riscontri operati dai Carabinieri hanno indicato Michele e Giuseppe SURACE quali soggetti che, presso le rispettive attività commerciali, erano soliti concedere prestiti agli avventori. I destinatari della linea di credito offerta da padre e figlio erano soprattutto i clienti della sala bingo; allorquando costoro rimanevano sprovvisti di liquidità per continuare a giocare, si rivolgevano a Michele SURACE. Dalla lettura congiunta degli elementi acquisiti si è ricavato con certezza che i SURACE hanno posto in essere - in un contesto professionale e in modo continuativo e non occasionale - condotte di finanziamento rivolte ad una schiera di svariati avventori delle rispettive attività commerciali.

Carmelo FICARA

Con riferimento alla famiglia “DE STEFANO” di Archi, gli approfondimenti hanno interessato un terzo imprenditore edile, Carmelo FICARA. Rispetto a SURACE e GIORDANO, assolutamente intranei al sodalizio criminale di riferimento, FICARA può essere considerato l’uomo d’affari a disposizione della ndrangheta, rispetto alla quale diviene, progressivamente, concorrente esterno.

Gli accertamenti volti a ricostruire la sua intera storia imprenditoriale, unitamente agli esiti delle attività tecniche, hanno permesso di ricostruire le numerose cointeressenze imprenditoriali tra FICARA ed il binomio GIORDANO-SURACE, nonché uno storico rapporto di amicizia esistente in particolare tra FICARA e SURACE.

Il quadro indiziario raccolto ha messo in risalto il ruolo che FICARA ebbe, nel 2010, nell’ambito dei lavori di ristrutturazione del Museo Nazionale della Magna Graecia di Reggio Calabria; si è accertato, infatti, che, in quella circostanza la cosca “DE STEFANO” aveva imposto, tra l’altro, all’amministratore della ditta a cui erano stati affidati i lavori in questione, l’affitto un magazzino di proprietà del FICARA da adibire a deposito temporaneo dei reperti archeologici. La vicenda dei lavori al museo cittadino era stata già oggetto, in passato, dell’indagine “Il principe” e in quella circostanza l’attenzione degli inquirenti fu incentrata su una serie di estorsioni consumate dalla cosca DE STEFANO e sul ruolo di primissimo livello rivestito da Giovanni DE STEFANO, figlio del defunto Giorgio DE STEFANO, reggente della cosca.

L’odierna inchiesta ha ricostruito doviziosamente le tappe della storia imprenditoriale di FICARA, il cui punto di partenza emerge dalle risultanze giudiziarie del procedimento “Alta tensione”.

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