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Diamante, l'omicidio di Ciccio Augieri e la rissa in tre fasi

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DIAMANTE – 30 ago.  La ricostruzione in tre fasi degli eventi della tragica notte dello scorso 22 agosto. ORE 3.30. Un giovane di origine partenopea, minorenne, aggredisce, senza plausibile motivo, prima verbalmente, poi fisicamente Raffaele Criscuolo. Il diverbio nasce da uno scontro non voluto fra i due. Una spallata. Con un'arma da taglio, il minore ferisce ai glutei Criscuolo. 

La seconda fase. Alcuni minuti dopo le 3.30, il ferito raggiunge Francesco Augieri, seduto al bar di viale Glauco. Insieme decidono di tornare nella discesa Corvino, sul luogo dell'aggressione. Criscuolo avrebbe esclamato “M’aggia fa vatt a nu muccus”, mi devo far picchiare da un moccioso. Pur sanguinante, il ferito avrebbe voluto risolvere la questione, e Augieri, invece, avrebbe voluto difendere il suo amico.

La terza fase. E' quella più confusa. Criscuolo e Augieri vengono colpiti. In particolare il giovane cosentino subisce almeno tre coltellate significative: al torace e al collo. Quando Augieri cade sulla strada nei pressi del vecchio ponte sul torrente Corvino i protagonisti cominciano a dileguarsi. Alcuni partono nelle ore successive lasciando il luogo di vacanza.

Fra i presenti una persona di nome “Enzo” che avrebbe assistito all'accoltellamento e che avrebbe anche indicato il presunto responsabile ad una delle testimoni. Secondo le testimonianze sarebbero due le persone che nelle serate estive di Diamante si affiancavano al giovane diciannovenne indagato. Una delle testimoni avrebbe esclamato “Per un nano di m...a è morto quel ragazzo. La bassa statura viene associata all'attuale indagato.

IL GIUDICE DECIDE PER LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE DI SCHIATTARELLI

DIAMANTE – La richiesta di remissione in libertà dell'indagato per l'omicidio del 23enne cosentino Ciccio Augieri non ha ottenuto i risultati sperati dagli avvocati difensori. Francesco Schiattarelli, 19 anni, del rione Sanità a Napoli, che nei giorni scorsi si è consegnato alle forze dell'ordine, deve restare in carcere. Lo ha deciso il Gip della città Campana, Marcello De Chiara. Su rogatoria, martedì, aveva sentito l'indagato. Il Gip De Chiara ha quindi ritenuto che l'impianto accusatorio messo in piedi dalla Procura della Repubblica di Paola, con a capo Pierpaolo Bruni, regge lo stato di fermo cui è stato sottoposto Francesco Schiattarelli.

Secondo quanto scrivono il sostituto procuratore della Repubblica di Paola, Maria Francesca Cerchiara, e lo stesso procuratore capo, Domenico Bruni, “sussistono gli elementi costitutivi del reato di omicidio aggravato, compreso il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di uccidere, anche solo sotto forma di dolo eventuale, ovvero di accettazione del rischio del verificarsi dell'evento. Emerge, infatti, inequivocabilmente, dalle caratteristiche della condotta posta in essere dal prevenuto una concreta volontà omicida, avendo con numerose e violente coltellate attinto la parte offesa Francesco Augieri in organi vitali quali il collo e l'addome che ne hanno cagionato l'immediato decesso”. Gli avvocati Giorgio Pace e Francesco Paone, invece, contestavano le tesi dell'accusa. La posizione dell'indagato, Francesco Schiattarelli, viene “disegnata” in riferimento alle dichiarazioni rese dalle persone informate dei fatti che, secondo i legali di fiducia del diciannovenne napoletano: “Sembrerebbero collocare (sebbene in maniera assai imprecisa) lo Schiattarelli nella lite (cosa che, tra l'altro, il ragazzo ha ammesso), l'unico indizio, per ammissione dello stesso Pm, è rappresentato dalle dichiarazioni di una minorenne, la quale ha riferito di avere appreso da tale Enzo (persona non identificata e della cui esistenza neanche si è certi) che lo Schiattarelli gli avrebbe confessato di essere stato l'autore del fatto omicidiario. Si tratta, dunque – riferiscono i legali - di una dichiarazione cosiddetta "de relato" che, a parere del Pubblico ministero, è pienamente utilizzabile. La difesa è di parere esattamente contrario.

La Procura – sostengono i legali di Schiattarelli - cita una serie di pronunce della Corte di Cassazione che consentirebbero l'utilizzabilità della cosiddetta chiamata in reità de relato anche quando la fonte primaria, cioè la persona che avrebbe riferito ad un'altra un determinato fatto, in questo caso la paternità dell'omicidio, non sarebbe identificata. In realtà - sostengono gli avvocati Paone e Pace - la Corte di Cassazione, pur quando ammette che ciò sia possibile, presuppone che, quantomeno, si abbia la certezza dell'esistenza di tale persona. La prova dell'esistenza di questa persona, tale Enzo, non v'è assolutamente nel nostro caso. D'altro canto, se quanto il Pm sostiene fosse vero, risulterebbe sin troppo semplice, per qualsiasi calunniatore, accusare di un grave reato una persona, sostenendo di averlo saputo da un soggetto di cui non prova l'esistenza e che potrebbe, tranquillamente, essere frutto della sua malata fantasia”.

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