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Belvedere, morì dopo un'operazione: rinviata a giudizio l'equipe chirurgica

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BELVEDERE – 11 lug. - Tre componenti di un'equipe chirurgica della Casa di cura Tricarico di Belvedere Marittimo sono stati rinviati a giudizio dal Giudice per le udienze preliminari, Rosamaria Mesiti. Il tribunale vuole chiarire in aula le cause della morte di un uomo di Spezzano Albanese, avvenuta il 4 ottobre del 2016. Sono quattro i familiari costituitisi parte civile per il processo che inizierà il prossimo 10 ottobre davanti al Tribunale di Paola.

Era stata una familiare a presentare una denuncia formale lo stesso giorno del decesso di Ermete Francesco Bruni, ultrasettantenne, sottoposto ad un intervento nei giorni precedenti, precisamente il 26 settembre del 2016. Si trattava di un intervento che tecnicamente viene definito per “Emicolectomia destra”. In pratica si trattava di asportare una parte del colon soggetto a tumore. Oltre alla denuncia dei carabinieri era stata disposta anche una consulenza medico-legale nel giugno del 2017, da Berardo Cavalcanti e Vannio Vercilio. E' stato disposto il giudizio per Giuseppe Sionne, Carmine Picarelli, e Nino Joao De Luca, tutti difesi dall'avvocato Giorgio Cozzolino. Le parti offese sono: Filomena Logaldo di Spezzano Albanese, Adelina Bruni di Terranova da Sibari, Francesca Bruni di Spezzano Albanese, difese dall'avvocato Marco Amantea; Ferdinando Bruni, anch'egli di Spezzano albanese difeso dall'avvocato Oscar Musacchio. L'ipotesi di accusa formulata a vario titolo è quella dell'omicidio colposo, in concorso, dei tre indagati componenti dell'equipe chirurgica.

Nell'ipotesi d'accusa si sottolinea il fatto che il paziente fosse risultato “soggetto a rischio elevato di trombosi venosa, età superiore a 70 anni, immobilità post operatoria, cancro in fase attiva”. Si vuole chiarire se, durante il ricovero nella clinica Tricarico, avvenuto il 23 settembre 2016, sia stato omesso di prescrivere ed effettuare la somministrazione, in fase pre operatoria, quindi 8 12 ore prima dell'intervento, “per come previsto dalle linee guida in materia di profilassi trombo-embolica”, del farmaco antitrombolitico avente come principio attivo l'eparina a basso peso molecolare. Secondo quanto afferma l'ipotesi di accusa la terapia antitrombolitica sarebbe stata somministrata “solo il giorno successivo all'intervento”. Il peggioramento delle condizioni del paziente sarebbe avvenuto, secondo il quadro clinico, nei giorni seguenti, nella notte tra il 3 ed il 4 ottobre 2016. Sarebbe stata rilevata una “sudorazione profusa” e sarebbe stato necessario avviare la terapia con l'ossigeno. Viene contestata l'omissione di “ogni controllo clinico e diagnostico, finalizzato ad inquadrare la patologia e necessario per porre la diagnosi di infarti polmonari da embolia polmonare”. Il tribunale, nel corso delle udienze che verranno programmate dal prossimo 10 ottobre, avrà modo di chiarire se la procedura posta in essere dei medici è stata corretta o, in caso contrario, potrebbero essere addebitate eventuali responsabilità agli inquisiti.

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